ECEHAN BALTA, 22 marzo (aggiornato il 25 marzo) 2025
In questi giorni in Turchia si sono verificati eventi inattesi. L’AKP, il partito al governo, ha fatto una mossa molto ardita – potremmo dire un colpo di stato costituzionale – contro la principale forza di opposizione. Prima ha invalidato il diploma di laurea del sindaco di Istanbul e candidato alla presidenza E. İmamoğlu, necessario per essere eletti, poi ha arrestato lui e altre 106 persone con l’accusa di corruzione e sostegno a organizzazioni terroristiche, ha sciolto il consiglio dell’ordine degli avvocati di Istanbul, ha bloccato l’accesso alle università e ha aperto un procedimento per annullare l’ultimo congresso del Partito Popolare Repubblicano – CHP (kemalisti).
A partire dall’arresto di İmamoğlu, tre giorni fa, l’opposizione sociale turca è in movimento. Proteste e manifestazioni si svolgono ogni giorno in quasi tutte le principali città. Il principale partito di opposizione, il CHP, è sceso in piazza e organizza attivamente queste azioni. Ma la forte partecipazione dei giovani rivela che le proteste vanno oltre il CHP e non possono essere ridotte solo all’arresto di İmamoğlu. Il muro della paura in Turchia inizia a crollare.
Che succede?
Dopo la vittoria del CHP e del sindaco di Istanbul Ekrem İmamoğlu alle elezioni locali del 2024 sono state avviate numerose indagini e cause contro entrambi. İmamoğlu è stato condannato a oltre due anni di carcere per “ingiurie a un funzionario del servizio elettorale” (avrebbe dato del cretino a qualcuno) ed è stata fatta istanza di annullamento per irregolarità del congresso del CHP in cui è stato eletto Özgür Özel (l’udienza è fissata per l’11 aprile). Se i tribunali annullassero il congresso del CHP, il regime potrebbe nominare un fiduciario e prendere il controllo del partito di opposizione. In risposta il CHP ha annunciato un congresso straordinario il 4 aprile.
Le tensioni sono chiaramente legate alle prossime elezioni presidenziali. Episodio degno di nota è stato l’annullamento del diploma di laurea di İmamoğlu e di altre 27 persone. La legge turca, infatti, prevede che i candidati alla presidenza debbano essere laureati. La decisione è stata presa il 17 marzo, prendendo di mira İmamoğlu e altri che da studenti erano stati trasferiti all’Università di Istanbul e mostra esplicitamente che questi attacchi sono strettamente legati alle elezioni presidenziali.
Secondo una modifica costituzionale apportata nel 2012 sotto il governo dell’AKP, in Turchia un presidente può essere eletto per un massimo di due mandati. L’attuale presidente è già stato eletto due volte. Perché possa ricandidarsi è necessario indire elezioni anticipate oppure modificare la Costituzione per eliminare o cambiare la norma, ma l’AKP e i suoi alleati non hanno abbastanza parlamentari. Perciò è probabile cerchi di compensare la perdita di consensi erodendo quelli dei candidati forti dell’opposizione e di allargare la sua coalizione attirando deputati di altri partiti.
Il CHP, un milione e 750mila iscritti, aveva deciso di tenere elezioni primarie il 23 marzo con İmamoğlu candidato. Ma solo quattro giorni prima İmamoğlu e 106 suoi collaboratori sono stati arrestati con l’accusa di corruzione, appropriazione indebita e sostegno a un’organizzazione terroristica. Gli arresti del 19 marzo sono un chiaro tentativo del regime di interferire coi diritti democratici degli elettori.
I retroscena
Un evento politico significativo in questo processo è stato lo sforzo del CHP, nel 2022, di nominare un candidato presidenziale comune con altri cinque partiti di centro e di destra contro il governo dell’AKP (il Partito della Giustizia e dello Sviluppo di Erdogan). Nel maggio 2023 Kemal Kılıçdaroğlu, leader del CHP, il maggiore partito della coalizione, ha perso contro il presidente in carica Erdoğan al secondo turno col 47,82% dei voti. In seguito, a novembre, nel congresso del CHP, Kılıçdaroğlu, ha perso la leadership del partito lasciandola a un’alleanza tra il suo vice Özgür Özel e il sindaco metropolitano di Istanbul Ekrem İmamoğlu.
La svolta cruciale è avvenuta alle elezioni locali del 31 marzo 2024, quando, per la prima volta dalle elezioni del 1977, il CHP ha superato il conservatore AKP in termini di voti totali con un margine superiore al 2%. Così facendo non solo si è assicurato la maggioranza nei comuni metropolitani, ma ha anche eletto un piccolo numero di sindaci nelle province curde. Degna di nota la tattica adottata dal CHP: presentare liste col nome di “consenso cittadino”, insieme al DEM (Partito dell’Uguaglianza e della Democrazia del Popolo), un partito con consensi importanti nella popolazione curda e ad altri partiti minori. Nelle principali città i candidati del DEM hanno espugnato i consigli comunali e conquistato vari incarichi rinunciando ad avere propri candidati e presentandosi nelle le liste del CHP. Analogamente il CHP ha scelto di non correre sotto la propria bandiera in oltre 100 distretti elettorali.
A Istanbul, locomotiva economica della Turchia con oltre 15 milioni di residenti, Ekrem İmamoğlu è sindaco del CHP dal 2019. Nel 2019 ha sconfitto il candidato dell’AKP con un margine di 13.000 voti, dopodiché le elezioni sono state annullate tra le polemiche. Pochi mesi dopo si è votato di nuovo e il suo vantaggio è salito a 800.000 voti. Nelle elezioni del 2024 il divario tra lui e il candidato più vicino dell’AKP ha raggiunto 1 milione di voti.
Reazioni e proteste
Il CHP, percependo la rabbia crescente e l’incipiente venir meno del clima di paura instauratosi dopo il tentato colpo di Stato del 2015, ha annunciato che non cederà alle minacce dell’AKP e ha iniziato una veglia presso l’edificio del Comune Metropolitano di Istanbul. La prima mobilitazione significativa è stata quella degli studenti dell’Università di Istanbul che, irritati dalla decisione dell’amministrazione universitaria di annullare il diploma di İmamoğlu, hanno sfondato le barricate della polizia e raggiunto l’edificio del Comune Metropolitano di Istanbul, dove si trovava il leader del CHP.
Lo stesso giorno sono iniziate azioni di protesta in molte grandi città e alcune università, come la Middle East Technical University, nel terzo giorno di protesta hanno deciso di boicottare le lezioni. VIDEO 1 VIDEO 2
Le manifestazioni non si sono fermate al primo giorno, anzi hanno conosciuto un nuovo impeto soprattutto quando il leader del CHP Özgür Özel ha invitato i non iscritti al partito a votare alle primarie del 23 marzo, e, soprattutto tra gli studenti universitari, si stanno radicalizzando e ampliando. Il 21 marzo, Özgür Özel ha dovuto invitare esplicitamente le masse a scendere in piazza: “Non faremo più politica nelle sale conferenze, ma nelle strade”, ha detto.
Da tre giorni le proteste si susseguono in tutta la Turchia, ogni giorno e a ogni ora, intensificandosi soprattutto di notte. La polizia è più “morbida” con gli elettori del CHP, ma ha atteggiamenti molto più duri nei confronti dei giovani. Questi si presentano nei luoghi in cui si tengono i comizi del CHP, ma restano fuori, dietro le barricate erette dalla polizia. Terminati i comizi la caccia agli studenti va avanti fino a tarda notte. Sabato mattina abbiamo saputo che 343 studenti sono stati arrestati e che l’accesso a centinaia di account di social media appartenenti all’opposizione è stato bloccato. Tuttavia, è probabile che i numeri reali siano molto più alti.
È solo İmamoğlu?
Negli ultimi tempi la Turchia ha assistito a una rapida escalation di tensioni politiche, economiche e sociali. La crisi economica e l’aumento del costo della vita incidono profondamente sulla vita quotidiana di ampie fasce della popolazione. Oltre alle incertezze economiche le nuove regole che il governo tenta di introdurre, attingendo a motivazioni di stampo conservatore e confessionale, stanno esacerbando la polarizzazione politica, mentre la fiducia nelle istituzioni politiche diminuisce. Ciò innesca disordini sociali e aumenta le tensioni tra i diversi gruppi.
Allo stesso tempo l’AKP continua a tenere insieme i suoi sostenitori narrando loro una “Turchia forte”, promettendo di mitigare la crisi economica ed esortando alla pazienza. Erdoğan assicura ai suoi elettori che i recenti mutamenti geopolitici in Medio Oriente condurranno rapidamente alla prosperità, appellandosi a loro con esortazioni come: “Ma ora stringiamo i denti tutti insieme”.
Tuttavia evocare la presunta “Turchia forte” implica chiaramente la necessità di adottare posizioni aggressive, che potrebbero comportare operazioni militari contro i paesi vicini, come Siria e Rojava. La spina dorsale di questa presunta forza – una compagine militare di circa un milione di persone – è in gran parte costituita da giovani impoveriti.
Nel frattempo la classe media turca si sta rapidamente riducendo. I prezzi delle case e dei generi alimentari sono saliti molto al di sopra delle medie internazionali, rendendo i beni di prima necessità sempre più inaccessibili anche per le fasce a medio reddito. La Turchia è diventata un paese in cui procurarsi cibo a prezzi accessibili è un problema non da poco anche per una classe media un tempo relativamente agiata. Oggi oltre il 70% della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà e la disoccupazione giovanile ha superato il 30%, evidenziando una crisi sociale ed economica sempre più profonda.
Cosa succederà?
Nel frattempo è essenziale sottolineare il forte impatto economico del giro di vite politico impresso dall’AKP. Dopo l’invalidazione della laurea di İmamoğlu la lira turca ha iniziato un declino vertiginoso rispetto al dollaro, all’euro e all’oro, e subito dopo l’arresto di İmamoğlu si è svalutata almeno del 10%. La borsa è stata fermata due volte e gli indici sono crollati ai minimi storici. Le autorità finanziarie hanno tentato di stabilizzare la valuta vendendo 12 miliardi di dollari presi dalle riserve (fonte: Financial Times), ma queste misure alla fine si sono rivelate inefficaci. Non è chiaro però se il governo dell’AKP terrà conto del crollo economico e se, nel caso prosegua, esso contribuirà ad attenuarne la politica aggressiva. Forse, invece, continuerà a cercare di ingannare la propria base con la storia della “Turchia forte”, perché ormai si è bruciato i ponti dietro le spalle.
È quasi certo che milioni di persone voteranno a favore di İmamoğlu alle primarie presidenziali. In ogni caso le piazze hanno già iniziato a fare aggio sulla politica istituzionale. La detenzione di İmamoğlu, vista come un tentativo di ostacolare il diritto di voto, è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. La rabbia accumulata e la rapida crescita della povertà e dell’insicurezza stanno spianando la strada alla fine dell’AKP. Oggi il CHP rappresenta l’alternativa più forte all’AKP, ma limita la sua propaganda ai temi della democrazia, della libertà di espressione e del diritto di voto, e non adotta le posizioni radicali richieste dai giovani e dalla maggior parte di chi manifesta, poiché percepisce la rivolta solo come frutto della richiesta di democrazia da parte del popolo, piuttosto che come l’inizio di una lotta per l’uguaglianza – due aspetti essenzialmente indivisibili.
Per l’AKP questa potrebbe essere l’occasione finale. Se non arresta İmamoğlu, non annulla il congresso del CHP o non nomina un fiduciario per la municipalità metropolitana di Istanbul, si infila in una battaglia che probabilmente perderà. D’altra parte queste mosse aumenterebbero la tensione e, molto probabilmente, la resistenza di piazza. Sotto il governo dell’AKP la popolazione turca, soprattutto i giovani, ha poco da perdere se non le proprie catene.
Aggiornamenti del 25 marzo
Il 23 marzo si sono svolte primarie del CHP ed Ekrem İmamoğlu era l’unico candidato. Su un milione e 750mila iscritti al partito ha votato un milione e 650mila e si stima che altri 13 milioni di elettori abbiano espresso un voto simbolico in segno di solidarietà. Le primarie si sono trasformate in un referendum de facto, galvanizzando i sostenitori del CHP e attirando elettori prima esitanti.
La sera stessa circa un milione di persone si è riunito davanti al palazzo del Comune Metropolitano di Istanbul. Dall’arresto di İmamoğlu il leader del CHP Özgür Özel si è rifiutato di lasciare l’edificio, sostenendo che potrebbe essere nominato un fiduciario in qualsiasi momento. Contemporaneamente in tutta la Turchia si sono tenute manifestazioni su larga scala guidate dai sindaci del CHP, in cui lo slogan più frequente è: “Governo, dimettiti!”
Tuttavia le proteste non riguardano solo gli eventi politici. Da un lato c’è il coinvolgimento di giovani studenti universitari che sentono di non avere un futuro. Dall’altro gli ultranazionalisti – alcuni all’interno del CHP – giocano un ruolo diverso. Mentre Istanbul vive un’atmosfera rivoluzionaria, infatti, in città come Ankara si usa una retorica nazionalista e razzista per escludere i curdi dalle proteste. Esempio eloquente: il 24 marzo ad Ankara, un funzionario del partito DEM ha dichiarato a un giornalista: “Non abbiamo portato la bandiera del nostro partito perché qui non ci sentiamo sicuri”.
A rendere davvero massiccia la protesta di Saraçhane (l’edificio del Comune di Istanbul) è stato l’arrivo di migliaia di studenti universitari, che hanno sfondato le barricate della polizia per raggiungere la piazza. Ad Ankara gli studenti della Middle East Technical University (METU) si sono scontrati con la polizia tutta la notte e alla fine hanno raggiunto piazza Kızılay. Dopodiché la METU è stata parzialmente isolata. Gli studenti, tuttavia, si sentono frustrati perché manca loro un forte sostegno da parte del CHP. Spesso, come si è accennato, si presentano solo alla fine delle manifestazioni ufficiali (che si tengono dalle 20,30 alle 22 da ormai sei giorni), aggirano i posti di blocco e continuano le loro proteste nelle strade principali, scontrandosi con la polizia tutta la notte. Insistono sul fatto che non si tratta più solo dell’arresto di İmamoğlu: è una lotta più ampia per l’uguaglianza e la libertà.
Per placare i giovani Özgür Özel durante una manifestazione ha ceduto il palco a un giovane manifestante . Il suo intervento si è concluso tra gli slogan “Sciopero generale, resistenza generale!” Gli studenti hanno chiesto il boicottaggio di tutte le università e il sindacato dell’istruzione Eğitim-Sen ha espresso loro il suo sostegno.
Nonostante i tentativi del CHP di allinearsi allo slancio popolare e di adottare toni più radicali, il partito risente ancora di limiti strutturali. Il leader Özel ha invitato a boicottare i gruppi editoriali che si rifiutano di parlare delle manifestazioni. Ha annunciato che queste continueranno, ma a parte la richiesta di elezioni anticipate, non sono state avanzate proposte politiche concrete in grado di far progredire la lotta.
Domani, 26 marzo, dopo che invece il CHP ha deciso di porre fine alle proteste si terrà la manifestazione finale a Saraçhane. La candidatura di Ekrem İmamoğlu alla presidenza sarà ufficialmente confermata e si prevede l’elezione di un nuovo vicepresidente per eliminare completamente il rischio di una nomina fiduciaria. Non è chiaro quali passi farà il CHP dopo, ma gli studenti universitari sembrano pronti a continuare a lanciare i loro appelli al boicottaggio, allo sciopero e alla resistenza.